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Malattie Croniche
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Disordine ossessivo-compulsivo: valenza della terapia cognitivo-comportamentale online
DISTURBI DELL’UMORE
Apr 12,2017
La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) mantiene ancora la base di evidenze più solida per il trattamento del disordine ossessivo-compulsivo (OCD), e secondo gli psichiatri le evidenze in accumulo a favore della sua diffusione mediante piattaforme online ed in gruppi rappresenta un grande progresso.
Secondo Carol Matthews dell’università di Gainesville, autrice della revisione di 27 studi, l’OCD porta a deficit significativi, e presenta una prevalenza vitalizia dell’1-3%, ma nonostante il suo elevato carico neuropsichiatrico essa passa spesso inosservata in medicina di base e, spesso, viene sottotrattata o non viene trattata affatto. I sintomi della malattia sono spesso interiori e non visibili per un osservatore esterno. Ad esempio, le ossessioni, che sono una caratteristica chiave dell’OCD, sono essenzialmente pensieri e paure e, pertanto, a meno che non vengano rivelate volontariamente dal paziente esse passerebbero inosservate.
Le compulsioni, inusitate o gravi che siano, possono essere semplici da identificare, ma possono anche risultare nascoste oppure assumere l’aspetto di fobie o eccentricità, ed inoltre molte persone con OCD sono portate ad evitare le situazioni che scatenano i sintomi, ed anche questo comportamento è difficile da riconoscere per quello che è realmente.
Secondo i ricercatori, è opportuno parlare ai pazienti di OCD e sintomi d’ansia, dato che il paziente spesso non ne parla con il medico a meno di domande dirette, e si tratta comunque di condizioni altamente trattabili. Per quanto le tecniche di neuromodulazioe non chirurgica, come la terapia elettroconvulsivante e la TMS, siano state investigate nel trattamento dell’OCD, e si siano rivelate entrambe utili nel trattamento dei disturbi dell’umore, le attuali evidenze sono troppo limitate per commentare significativamente la loro efficacia in questo contesto.
Sono invece in aumento le evidenze a supporto della CBT online, che porta ad una significativa riduzione dei sintomi dell’OCD se condotta da terapisti professionali. Le evidenze continuano a supportare anche l’impiego degli SSRI come terapia farmacologica di prima linea, e si tratta degli unici farmaci dall’efficacia documentata in questo contesto, risultando peraltro in genere ben tollerati.
I risultati della revisione sono in linea con le attuali linee guida per l’OCD dell’APA, sia per quanto riguarda le tecniche diagnostiche e di screening che per gli approcci farmacologici e comportamentali di prima linea, nonché per la natura esplorativa dei nuovi agenti farmacologici e delle modalità di neuromodulazione. (JAMA online 2017, pubblicato il 4/4)
Dermatite atopica: 35mila casi tra gli adulti
PSORIASI & PELLE
Apr 06,2017
E’ una malattia che solitamente si manifesta nei bambini infatti nel 60% dei casi, l’esordio avviene nei primi due anni di vita – spesso nei primi mesi – nel 90% entro i primi cinque e la prevalenza in età pediatrica è del 10-20%, ma dalle ultime analisi si evince che la malattia riguarda anche gli adulti. Si stima infatti che siano più di 35mila i casi di dermatite atopica tra gli adulti con 7mila persone colpite in forma grave.
Inoltre, il 61% manifesta prurito insopportabile, circa il 70% disturbi del sonno e più di un paziente su 3 evita attività sociali mentre uno su due soffre di ansia e depressione. Per offrire supporto ai pazienti nasce Andea, Associazione Nazionale Dermatite Atopica, che si propone di diventare un punto di riferimento per questi pazienti. “Il nostro scopo – spiega Mario Picozza, presidente dell’Associazione – è raggiungere tutti gli italiani che vivono con questa malattia debilitante, perché hanno bisogno di sapere che possono ottenere aiuto, supporto, educazione e sollievo. Sensibilizzare sull’impatto
psicologico, sociale ed economico della dermatite atopica, rappresentare i pazienti ai tavoli istituzionali per la definizione di percorsi diagnostico terapeutici assistenziali che favoriscano l’accesso alle terapie innovative e sostenere la ricerca”.
Adoi (Associazione dermatologi ospedalieri italiani), Sidapa (Società Italiana di Dermatologia Allergologica Professionale e Ambientale) e Sidemast (Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse), società scientifiche di riferimento in ambito dermatologico, accompagnano Andea in questo percorso, insieme a FederASMA & Allergie Onlus.
Telefoni cellulari e tumori: quale legame?
I-TECH MEDICINA
Apr 28,2017
Per ora sono due le sentenze di giudici che hanno riconosciuto la correlazione tra uso eccessivo di cellulari e insorgenza di tumori. Ma la comunità scientifica non è d’accordo. “Pare che non sia vero tutto quello che abbiamo studiato perché un giudice ha deciso quali cose fanno male o quali no”, ha dichiarato con fermezza Roberto Moccaldi, presidente della Associazione Italiana Radioprotezione Medica e del Servizio Prevenzione e Protezione del Cnr aggiungendo che “i giudici prospettano realtà alternative che non hanno un riscontro scientifico”.
In letteratura, hanno sottolineato gli esperti, ci sono ormai decine di migliaia di studi sul tema, ma quelli principali, compresa una settantina di studi epidemiologici, non hanno trovato nessun nesso tra l’esposizione alle radiofrequenze di telefoni cellulari e antenne e patologie. “Lascia perplessi che ci siano sentenze così a fronte di argomenti su cui la comunità scientifica non ha emesso verdetti di plausibilità di nesso causa effetto – ha sottolineato Mauro Magnoni, presidente Airp – Questa è una cosa impropria e tipica del nostro paese. In altri paesi il magistrato non può scegliere a caso il perito a cui affidarsi”.
Sul tema, hanno affermato gli esperti, c’è una discrepanza tra la percezione del rischio, che è molto alta, e i risultati reali degli studi. “La scienza non può dare certezze – ha sottolineato Moccaldi – le conclusioni hanno margini di errore, ma siamo abbondantemente lontani da quella che si chiama ‘probabilità qualificata’, e non può bastare la sola possibilità di un nesso per prendere certe decisioni”.
Ad ogni modo, la motivazione della sentenza con cui il Tribunale di Ivrea ha condannato l’Inail a riconoscere a Roberto Romeo, assistito dallo studio legale torinese Ambrosio&Commodo, una rendita vitalizia da malattia professionale, parla chiaro. “Il rischio oncologico per i sopravvissuti alle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki è stato individuato nella misura di 1,39 per tutti i tumori. Mentre il rischio individuato per un uso massiccio e prolungato nel tempo di telefoni cellulari, secondo lo studio Interphone, è pari a una misura di 1,44”, si legge.
“Se nessuno osa porre in dubbio un nesso quantomeno concausale tra esposizione alle radiazioni provenienti da un’esplosione atomica e patologie tumorali – scrive Luca Fadda, giudice del Tribunale di Ivrea – non si vede perché non possa ritenersi analogamente sussistente questo medesimo nesso tra esposizione a radiofrequenze e tumori encefalici rari”, come quello che ha colpito Romeo. La sentenza ha stabilito quindi che esiste una correlazione tra il tumore al cervello, benigno ma invalidante di cui è affetto l’uomo, e l’uso “abnorme” del cellulare che Romeo, nel periodo compreso tra il 1995 e il 2010, ha dovuto fare per lavoro. Sicuramente il dibattito non si fermerà qui.
Shock settico: carenza norepinefrina connessa ad incremento mortalità
INFEZIONI & FEBBRE
Mar 29,2017
Una carenza avvenuta diversi anni addietro nelle scorte ospedaliere di norepinefrina impiegate per trattare lo shock settico, è risultata correlata ad un incremento della mortalità. Nel 2011, infatti, in occasione di una carenza diffusa di norepinefrina rispetto a quando gli ospedali ne avevano una scorta adeguata, la percentuale di decessi nei pazienti ricoverati per shock settico è stata superiore di 11 punti.
Secondo Hannah Wunsch del Sunnybrook Health Sciences Center di Toronto, che ha studiato il fenomeno, devono accadere molte cose perché si verifichi una carenza nelle scorte, ma questi episodi accadono piuttosto spesso. L’episodio del 2011 è durato per circa un anno, ed è stato studiato su 27.835 casi in 26 ospedali statunitensi. Non è stato possibile spiegare pienamente l’eccesso del rischio di mortalità osservato durante il periodo di carenza, ma esso potrebbe essere correlato ai farmaci che i medici hanno scelto di impiegare al posto della norepinefrina.
Le attuali linee guida suggeriscono di impiegare la dopamina per aumentare la pressione se la norepinefrina non è disponibile, ma i medici potrebbero aver scelto di usare la fenilefrina in quanto essa non provoca tachicardia, benché il suo ruolo nella sostituzione della norepinefrina in questo contesto non sia stato studiato.
Potrebbe anche darsi che i pazienti che hanno effettivamente ricevuto la norepinefrina abbiano dovuto aspettare per riceverla, ma i casi di questo tipo evidenziano comunque falle nel sistema che dovrebbero incrementare l’attenzione verso la preservazione delle catene di rifornimento dei farmaci.
Sono state suggerite diverse soluzioni per prevenire le carenze di farmaci essenziali, come sistemi di allarme precoci, il cambiamento rapido delle linee guida professionali sui farmaci alternativi e l’espansione delle riserve farmacologiche. Alcuni di questi approcci richiedono una ristrutturazione profonda dell’industra e della sua regolamentazione. (JAMA online 2017, pubblicato il 21/3)
Insufficienza cardiaca: SGLT-2 inibitori migliorano sopravvivenza anche con basso rischio
IPERTENSIONE & SCOMPENSO
Apr 03,2017
In uno studio retrospettivo condotto su più di 300.000 pazienti con diabete di tipo 2 statunitensi ed europei, i soggetti che hanno ricevuto una prescrizione di SGLT-2 inibitori come canagliflozin, dapagliflozin o empagliflozin sono andati incontro ad un minor tasso di ricoveri per insufficienza cardiaca e di mortalità complessiva nell’arco di 4 anni rispetto a coloro a cui sono stati prescritti altri farmaci ipoglicemizzanti.
Secondo Mikhail Kosibrood dell’università del Missouri, autore dello studio, questi dati, raccolti da pazienti che essenzialmente non presentavano patologie cardiovascolari, sono rimarchevolmente simili a quelli riscontrati nello studio EMPA-REG-OUTCOME su pazienti con malattie cardiovascolari conclamate, e quindi i benefici degli SGLT-2 inibitori sembrano estendersi anche ai pazienti a basso rischio del mondo reale.
Sembrerebbe peraltro trattarsi di un effetto correlato alla classe farmacologica stessa, dato che non è stata osservata alcuna eterogeneità significativa fra le varie nazioni, nonostante le variazioni geografiche nell’impiego di specifici farmaci di questa classe, con una predominanza della canagliflozin negli USA e della dapagliflozin in Europa.
Questa costanza internazionale supporta i potenziali benefici dei farmaci considerati: è necessario verificare se ulteriori studi randomizzari replicheranno questi risultati, ma  secondo gli esperti è confortante osservare finalmente farmaci in grado di aiutare i pazienti con insufficienza cardiaca anziché semplicemente danneggiarli.
Il presente studio era comunque di natura osservazionale, e gli studi VANVAS e DECLARE-TIMI58 che seguiranno saranno invece randomizzati. (American College of Cardiology (ACC) 2017 Scientific Sessions; March 18, 2017; Abstract 415-14 e 911-12)
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